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                      Dott.ssa Marina Belleggia

Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale

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La mente è come l’acqua: quando è calma riflette meglio

  • Immagine del redattore: Marina Belleggia
    Marina Belleggia
  • 1 mar 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 11 apr 2024

E’ auspicabile per ognuno di noi avere una mente calma in grado di pensare in modo chiaro e di percepire la realtà senza distorcerla. L’accelerazione dei ritmi di vita, tuttavia, sottopone la nostra mente a una sollecitazione che la agita costantemente. 

Uomini e donne moderni hanno a disposizione molti strumenti tecnologici, ma invece di utilizzarli per sbrigare prima i loro compiti e poi riposarsi, li utilizzano per lavorare il triplo di quello che potrebbero fare senza di essi aumentando in questo modo lo stress.  Lo stress è proprio quella condizione di esaurimento fisico e mentale a cui si va incontro quando si carica  l’organismo di pesi che questo non è in grado di portare. Il nostro corpo non si adatta alla tecnologia, è lo stesso di milioni di anni fa; la nostra mente, per restare serena, ha bisogno di avere spazi creativi di immaginazione che non siano solo virtuali, ma reali. La spinta a “sbrigarci” nel lavoro e nella vita quotidiana, nonché gli “input” che l’universo tecnologico attorno a noi ci invia, possono essere considerati un messaggio sociale esplicito (e a volte implicito e di cui non siamo consapevoli) a fare tutto in fretta per poter fare di più ed essere considerati “vincenti”, e ad uniformarci per poter essere accettati e per appartenere a qualcosa e a qualcuno. Nella nostra società occidentale il superlavoro è un sinonimo di efficienza, e la creatività è poco valorizzata e premiata, tanto da essere rimasta appannaggio solo degli artisti!

Ma un corpo e una mente efficienti sono necessariamente in salute? No, se la persona si sente sotto stress. Perché lo stress è una condizione fisica e mentale che dipende dalla percezione del singolo individuo: ognuno di noi ha una soglia personale dello stress, oltre la quale l’organismo comincia a mandare segnali di affaticamento che si evidenziano sotto forma di sintomi fisici e psicologici. Non c’è una soglia “giusta” e una “sbagliata”; ognuno ha la sua e deve imparare a conoscerla per non ammalarsi. Nonostante la medicina abbia conseguito numerosi successi, molte persone si ammalano, e moltissime malattie sono riconducibili a cause psichiche.

Queste premesse non sono un altro modo per dire che dobbiamo tornare alle caverne! Ma solo per renderci consapevoli che gli stimoli eccessivi a cui oggi siamo sottoposti non favoriscono la nostra salute psicofisica. Abbiamo bisogno di qualche strumento in più per stare bene. In fondo, in ogni epoca storica l’uomo ha avuto bisogno di inventare qualcosa per stare meglio! 

Uno di questi strumenti, prezioso forse più oggi di quando fu inventato dal neurologo e psichiatra berlinese J.H. Schultz negli anni Trenta, è il Training Autogeno. Questo è un metodo di rilassamento che tutti possono imparare esercitandolo e che, come primo beneficio, ha proprio la riduzione dello stress, inteso come condizione psicofisica in cui la persona si sente a disagio.


E’ fondamentale, nell’apprendimento del metodo, che la persona sia consapevole di quanto, attraverso la concentrazione psichica, riesca a produrre modificazioni neurofisiologiche stabili e reali (quindi misurabili) a livello del sistema nervoso autonomo che, a loro volta, producono un cambiamento nella risposta emozionale  di fronte agli eventi stressanti della vita (H. Lindemann, 2008). In poche parole, le modificazioni somatiche che noi impariamo a produrre nel nostro corpo tenendo la concentrazione su di esso, producono dei cambiamenti anche nel nostro modo di reagire, in termini di pensieri ed emozioni. Se cambia il corpo cambia la mente, e viceversa.

Attraverso il metodo di Schultz possiamo fare l’esperienza meravigliosa del continuo dialogo tra la nostra mente e il nostro corpo e di quanto questo produca un rilassamento in grado di sciogliere tensioni non solo fisiche, ma anche derivanti da pensieri ed emozioni con cui ci procuriamo sofferenza.

Per questo motivo il Training Autogeno è uno strumento terapeutico che può, a ragione, essere considerato una forma di psicoterapia, con una differenza sostanziale, però: la relazione tra psicoterapeuta e paziente viene sostituita dalla relazione della persona con se stessa, con il proprio corpo e la propria mente, che attraverso il corpo ritrova distensione e calma.

Nel praticare il Training Autogeno ognuno può ritrovare la capacità di donarsi il beneficio della guarigione psicofisica che nasce dall’essere consapevoli di se stessi. Come diceva Schultz, “comprendere tutto significa quasi guarire tutto” (B. H. Hoffmann, 1980).

La posizione supina in cui si praticano gli esercizi di Training Autogeno e le immagini a cui si ricorre per creare distensione fisica sono un modo strutturato, ma piacevole, per ritrovare quelle componenti di riposo e creatività che tanto sono preziose per aiutare la nostra mente a calmarsi e a riflettere in modo più chiaro, proprio come uno specchio d’acqua quando non c’è vento.

Marina Belleggia





Per approfondire:

B. H. Hoffmann, Manuale di Training Autogeno, Astrolabio, 1980.

H. Lindemann, Il training Autogeno. Il più diffuso metodo di rilassamento, Tecniche Nuove, 2008. 

 
 
 

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